Anna pensava di essere sola, libera di lasciarsi andare alla voce calda di Giorgio in una telefonata sempre più intima. Ma dall’altra parte del muro, Ornella stava ascoltando ogni respiro, ogni pausa, ogni gemito trattenuto. Quella mattina, il piacere non sarebbe rimasto chiuso dentro una sola stanza.
Una telefonata erotica iniziata senza malizia
Mi chiamo Anna e quella mattina non avevo programmato niente. Era uno di quei giorni lenti, con la casa ancora in penombra e il caffè lasciato a metà sul tavolo della cucina. Indossavo solo una vestaglia leggera, aperta quel tanto che bastava per sentire l’aria fresca sulla pelle.
Giorgio mi aveva scritto poco prima.
«Ti posso chiamare?»
Una frase semplice, quasi innocente. Ma io sapevo bene che con lui niente restava innocente a lungo. Giorgio aveva quella voce profonda, sporca senza bisogno di essere volgare, capace di farmi cambiare umore in pochi secondi.
(Ci sono telefonate erotiche che iniziano quasi per caso e poi cambiano completamente il ritmo della giornata, trasformando una voce familiare in una tentazione difficile da controllare.)
Gli ho risposto di sì. Il telefono ha vibrato quasi subito. Ho lasciato squillare due volte, poi ho accettato la chiamata e mi sono appoggiata al piano della cucina.
«Buongiorno, Anna.»
Solo il modo in cui ha detto il mio nome mi ha fatto sorridere.
«Buongiorno a te, Giorgio.»
«Hai la voce di una donna appena sveglia.»
«E tu quella di un uomo che ha già cattive intenzioni.»
Lui ha riso piano. Io ho abbassato lo sguardo sulla mia vestaglia, sul nodo morbido stretto in vita, sulle gambe nude. Non avevo ancora fatto nulla, eppure sentivo già il corpo rispondere a quella conversazione come se qualcuno mi stesse sfiorando davvero.
La voce di Giorgio mi entra sotto pelle
Giorgio non aveva bisogno di correre. Parlava lentamente, mi faceva domande semplici, mi costringeva a immaginare ogni cosa prima ancora di confessarla.
«Dimmi cosa indossi.»
Ho guardato la vestaglia.
«Poco.»
«Poco non basta. Voglio sentirti dire la verità.»
Mi sono morsa il labbro. La casa era silenziosa. Dentro il mio appartamento esistevamo solo io e lui.
«Una vestaglia. Niente sotto.»
Dall’altra parte della linea è calato un silenzio breve, pesante.
«Brava.»
Quella parola mi ha attraversata come una carezza. Mi sono seduta sul divano, la vestaglia si è aperta un po’ di più, scoprendo la pelle. Non so perché, ma mi piaceva l’idea che lui mi immaginasse così: spettinata, calda, vulnerabile, con il telefono appoggiato all’orecchio e la voce sempre meno sicura.
«Se fossi lì, non ti lascerei nascondere.»
«E cosa faresti?»
«Ti guarderei. Prima di toccarti, ti guarderei abbastanza a lungo da farti vergognare.»
Ho chiuso gli occhi. Il respiro mi è uscito più lento. Più profondo. Ho cercato di trattenerlo, ma lui se n’è accorto subito.
«L’hai fatto, vero?»
«Cosa?»
«Hai cambiato respiro.»
Non ho risposto. Ho lasciato scivolare una mano sulla coscia, appena sopra il ginocchio. Un gesto piccolo, quasi involontario. Ma le mie gambe si sono aperte per accogliere la mia mano libera dal telefono.
Ornella bussa alla porta
È stato allora che ho sentito un rumore. Veniva dalla parete alla mia sinistra, quella che divideva il mio soggiorno dall’appartamento di Ornella, la mia vicina.
Mi sono bloccata. Ornella abitava lì da anni. Una donna sui quarant’anni, elegante, sempre curata, con quegli occhi scuri che sembravano notare più di quanto dicesse. Ci salutavamo spesso sul pianerottolo. A volte prendevamo un caffè insieme. Mai niente di ambiguo, almeno non apertamente.
Ma in quel momento, con il telefono ancora all’orecchio e la voce di Giorgio che mi scaldava la pelle, ho capito una cosa terribile. Forse mi stava sentendo.
«Che succede?» mi ha chiesto Giorgio.
«Niente.»
«Non mentire.»
Ho guardato la parete. Un altro rumore. Più lieve. Come se qualcuno avesse appoggiato qualcosa contro il muro. O forse un orecchio.
«Credo che la vicina mi senta.»
Giorgio è rimasto in silenzio per un secondo. Poi la sua voce è scesa ancora di più.
«E questo ti eccita?»
Avrei dovuto dire no. Avrei dovuto alzarmi, chiudere la chiamata, abbassare la voce. Invece sono rimasta ferma, con la mano ancora sulla coscia e la vestaglia aperta che faceva vedere proprio tutto.
«Non lo so.»
«Lo sai benissimo.»
Poi qualcuno ha bussato. Tre colpi leggeri alla porta. Sono rimasta senza fiato.
«Anna?» ha chiamato una voce femminile dal pianerottolo.
Ornella. Giorgio l’ha sentita.
«Apri.»
«Sei pazzo?»
«Apri la porta, Anna.»
Mi sono alzata lentamente. La vestaglia mi scivolava addosso in modo disordinato. Ho stretto il telefono in mano, ancora collegato con Giorgio. Ogni passo verso la porta sembrava sbagliato e inevitabile.
Quando ho aperto, Ornella era lì. Indossava una camicia chiara, i capelli raccolti male, il viso apparentemente tranquillo. Ma i suoi occhi no. I suoi occhi erano accesi. Troppo accesi.
«Scusa se disturbo», ha detto piano. «Ho sentito dei rumori.»
Non ho saputo rispondere. Lei ha abbassato lo sguardo sulla mia vestaglia aperta, il suo sguardo ha accarezzato il mio ventre poi sul telefono nella mia mano.
«O forse non erano rumori.»
Il gioco diventa a tre

Per qualche secondo siamo rimaste ferme una davanti all’altra. Io con il cuore in gola, lei con quel mezzo sorriso che non le avevo mai visto prima.
Dal telefono è arrivata la voce di Giorgio.
«Falla entrare.»
Ornella ha sentito. Ne sono sicura, perché il suo sorriso è cambiato.
«C’è qualcuno in linea?» mi ha chiesto.
Avrei potuto mentire. Invece ho fatto un passo indietro e l’ho lasciata entrare.
L’appartamento sembrava diverso con lei dentro. Più piccolo. Più caldo. Più pericoloso. Ornella ha chiuso la porta alle sue spalle senza chiedere permesso, poi si è voltata verso di me.
«Ti sentivo da un po’.»
Mi sono sentita arrossire.
«Non pensavo…»
«Che le pareti fossero così sottili?» ha finito lei per me.
La voce di Giorgio è arrivata di nuovo, bassa e sicura.
«Ornella, giusto?»
Lei ha guardato il telefono, sorpresa ma non imbarazzata.
«Sì.»
«Allora resta.»
Io l’ho fissata. Lei ha fissato me. Nessuna delle due ha detto no. Giorgio non vedeva nulla, eppure sembrava comandare tutto. La sua voce riempiva il silenzio tra me e Ornella come una mano invisibile.
«Anna, siediti.»
Mi sono seduta sul divano.
«Ornella, guardala.»
Lei non ha distolto lo sguardo. Anzi, si è avvicinata lentamente, sedendosi accanto a me. Troppo vicina per fingere che fosse solo curiosità. Sentivo il profumo della sua pelle, pulito e caldo. Sentivo il suo respiro, meno tranquillo di quanto volesse far credere.
«Da quanto ascoltavi?» le ho chiesto.
Ornella ha sorriso appena.
«Abbastanza.»
Quella risposta mi ha fatto tremare più di una confessione completa. Abbastanza voleva dire che aveva sentito la mia voce cambiare, che sapeva cosa mi stava succedendo e che era venuta da me non per fermarmi, ma per entrare nel gioco divenuto palesemente erotico.
La linea resta aperta
Giorgio ha parlato ancora.
«Voglio che vi guardiate. Senza ridere. Senza scappare.»
Ci siamo guardate. All’inizio è stato quasi insostenibile. Ornella era la vicina del pianerottolo e adesso era lì, seduta sul mio divano, mentre un uomo al telefono ci guidava dentro una fantasia che nessuna delle due aveva avuto il coraggio di nominare.
Poi la sua mano ha sfiorato la mia. Un contatto piccolo. Ma sufficiente.
Ornella mi ha preso la mano e l’ha guidata lentamente verso di sé. Le sue dita erano calde, decise, molto più sicure di quanto mi aspettassi. Non mi ha trascinata, non mi ha forzata: mi ha invitata. Mi ha lasciato il tempo di capire che potevo fermarmi, ma anche il tempo di desiderare di non farlo.
La mia mano ha seguito la curva del suo fianco, poi la morbidezza della camicia, il calore del corpo sotto il tessuto leggero. Ornella ha chiuso gli occhi per un istante e ha lasciato uscire un respiro basso, quasi trattenuto. Quel suono mi ha attraversata più della voce di Giorgio.
Mi sono avvicinata a lei. Prima con le ginocchia, poi con il petto, poi con il viso. Il telefono era sul cuscino tra noi, in vivavoce. Giorgio respirava piano, senza interrompere. Sembrava volerci lasciare spazio, come se il suo silenzio fosse diventato un ordine più forte delle parole.
Ornella mi ha sfiorato il collo con le labbra. Un tocco leggero, quasi educato, ma il mio corpo ha reagito come se aspettasse quel momento da sempre. Ho sentito la sua mano aprire un po’ di più la mia vestaglia, senza fretta, scoprendo pelle e vergogna insieme. Io non mi sono coperta. Non ho finto pudore. Non quella volta.
«Anna…» ha sussurrato lei.
Non sembrava più la voce della vicina. Era più bassa, più calda, più vera.
«Dimmi che vuoi restare», le ho detto.
Lei mi ha guardata sulle labbra.
«Voglio restare.»
Giorgio ha respirato lentamente nel telefono.
«Brave.»
Quella parola ci ha fatto sorridere entrambe. Eravamo due donne adulte, sole in un soggiorno al mattino, eppure quella voce ci stava tenendo legate allo stesso gioco. Non c’era più imbarazzo. C’era complicità. Una complicità nuova, elettrica, quasi pericolosa.
Le nostre mani si sono cercate ancora. Sui fianchi, sulle gambe, sulla pelle lasciata scoperta dalla stoffa spostata male. Ogni carezza sembrava una domanda e una risposta insieme. Ornella mi guardava come se stesse scoprendo un segreto nascosto dietro una porta che aveva visto tutti i giorni, senza mai osare aprirla.
Il telefono era diventato il centro della stanza. Una linea aperta tra tre desideri diversi: il suo, il mio, quello di Ornella. Nessuno vedeva tutto, ma tutti immaginavano abbastanza. Ed era proprio quello a rendere ogni gesto più intenso.
Il segreto della porta accanto
Non so quanto sia durata quella telefonata. Il tempo, a un certo punto, ha smesso di funzionare nel modo normale. Io, Ornella e Giorgio.
La voce di lui ci accompagnava. A volte parlava. A volte taceva. A volte lasciava che fossimo noi due a riempire il silenzio con respiri, mezze frasi, risate basse e confessioni sussurrate. Le nostre mani hanno fatto il resto e sono uscite rosee e bagnate dai nostri umori prodotti da un piacere intenso. Io ho leccato le sue dita e lei ha fatto lo stesso come uno specchio complice del piacere orgasmico intenso…
Ornella non era più la vicina educata che salutavo con un sorriso. Era una donna vera, curiosa, calda, più audace di quanto avessi mai immaginato. Mi guardava come se avesse scoperto un segreto e non volesse più restituirlo.
Quando tutto è finito, siamo rimaste sedute vicine, spettinate, accaldate, con il telefono ancora sul divano. Giorgio non aveva chiuso. Sembrava aspettare.
«Allora?» ha chiesto.
Ornella mi ha guardata e ha sorriso.
«Le pareti sono davvero troppo sottili.»
Io sono scoppiata a ridere, ma era una risata diversa. Intima. Complice. Sporca di quello che era appena successo.
Da quel giorno, ogni volta che incrocio Ornella sul pianerottolo, nessuna delle due parla subito. Ci guardiamo un secondo di troppo. Lei sorride. Io abbasso gli occhi. E so che entrambe stiamo pensando alla stessa cosa.
A quella mattina. A quella telefonata. A Giorgio in linea. E al fatto che, a volte, il desiderio non bussa alla porta. Lo fa la vicina.
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